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Il Mattino – 23 Ottobre 2003

 

INDICE EDIZIONI

Giovedì 23 Ottobre 2003

RITROVATE LE SPOGLIE DI MATTEO PECORARO
Il soldato scomparso in Albania

 

TORNANO A CASA LE SPOGLIE DI UN MILITARE SALERNITANO
Sepolto in Albania da 60 anni, ma non dimenticato
È Matteo Pecoraro caduto alla battaglia di Psarit. I familiari non si sono mai arresi

ERMINIA PELLECCHIA

 Tornano a casa le spoglie di Matteo Pecoraro, militare salernitano caduto in Albania. Don Nicola Pecoraro, salesiano, non ha mai perso la speranza di ritrovare il corpo di suo zio Matteo, il parente mai visto, ma così presente nella memoria della sua famiglia. Suo padre, Bernardino, ha sempre parlato di lui, Matteo, l’unico dei tre fratelli partiti in guerra nel ’40 a non essere ritornato. Disperso nella terribile battaglia di Psarit, nel lontano gennaio del ’41 che registrò un bilancio luttuoso: dieci morti, ventitrè feriti e sette dispersi. E che segnò la fine di ogni notizia da parte di matteo alla famiglia. Sulla collina di Psarit, cerniera fra l’Albania e la Grecia, Pecoraro ha riposato per sessantadue anni. La gente del posto ha ricoperto quella tomba senza nome di fiori. Per oltre mezzo secolo.
Un tumulo di terra ricoperto da rovi. Lì, sulla collina di Psarit, cerniera fra l’Albania e la Grecia, ha riposato per sessantadue anni un soldato italiano. Ma non è rimasto mai solo. La gente del posto ha ricoperto quella tomba senza nome di fiori. Per oltre mezzo secolo. E lunedì scorso ha aiutato il sacerdote venuto dall’Italia a recuperare i resti di quel militare sconosciuto che avevano adottato come uno di famiglia. Il prete è don Nicola Pecoraro, salesiano. Non ha mai perso la speranza di ritrovare il corpo di suo zio Matteo, il parente mai visto, ma così presente nella memoria della sua famiglia.
Suo padre, Bernardino, ha sempre parlato di lui, Matteo, l’unico dei tre fratelli partiti in guerra nel ’40 a non essere ritornato. Disperso nella terribile battaglia di Psarit, nel lontano gennaio del ’41 che registrò un bilancio luttuoso: dieci morti, ventitre feriti e sette dispersi. E che segnò la fine di ogni notizia da parte di matteo alla famiglia.
«Mio fratello era fra questi ultimi – racconta l’ultranovantenne Bernardino Pecoraro, mentre mostra le foto di quel ragazzone alto, snello, bellissimo – Nel suo diario il comandante Vittorio Ranise lo inserisce fra i dispersi. Più tardi un suo commilitone ci comunicò di averlo visto ferito a morte, ma di non averlo potuto soccorrere perchè il dovere lo chiamava, doveva continuare a combattere».
Per anni la famiglia si è data da fare. «Mia madre non si è mai arresa – continua – Non dovete mai dimenticare Matteo, ci diceva. Mia sorella Giannina, religiosissima, pregava per il suo ritorno a casa. Noi maschi, invece, io e i miei fratelli Nicola e Gaetano, sapevamo che era un sogno impossibile. Matteo sicuramente era morto durante quell’attacco terrificante, su quella collina coperta dalla neve. Aveva appena venticinque anni, una fidanzata che l’aspettava, un’attività fiorente nel settore cartolibrario. Assurdo, era arrivato sul fronte albanese da soli tre mesi. Contro la volontà dei miei. Era cocciutissimo, doveva ad ogni costo essere in prima fila, lo doveva alla Patria e a Mussolini».
Ricerche continue, Giannina in prima linea ha cercato di ritrovare le tracce del suo adorato Matteo.Don Nicola ha seguito la strada intrapresa dalla zia e con tenacia ha spulciato documenti e mappe militari in un incessante tour fra archivi di Stato e biblioteche, giungendo infine a quel cumulo di pietre celato fra i monti dell’Albania meridionale.
L’anno scorso, poi, l’incontro casuale con una contadina del posto, Feruze Malko: «A Psarit c’è la tomba di un soldato italiano, forse è quella. Io avevo venti anni, la mia casa era proprio sulla linea del fronte, gli italiani vivevano con noi».
Durante i bombardamenti del 14 gennaio Feruze venne ferita da una scheggia, il figlioletto di appena due anni le morì fra le braccia. «Per mio figlio non ci fu nulla da fare, io fui soccorsa dai soldati italiani e ricoverata nel loro ospedale. Curare quella tomba per me è stato un modo per dire grazie».
Sulle indicazioni di Feruze don Nicola giunge sul posto. Chiede aiuto dell’ambasciatore d’Italia a Tirana Attilio Massimo Iannucci e all’addetto militare, il colonnello Giovanni De Cicco.
Si scava fino a a rinvenire il corpo sotto venticinque centimetri di terriccio. Lo scheletro era ancora intatto, l’uniforme italiana riconoscibile. Addirittura, grazie al metal detector sono state trovate le otto schegge di mortaio che ne provocarono la morte. «Ho gioito subito, ho gridato al miracolo – commenta Bernardino – ma che si tratti veramente di Matteo non posso dirlo con sicurezza, ci sono altri suoi commilitoni sepolti lì. In ogni caso le ossa saranno inviate a Salerno dove gli esperti potranno comparare il dna di quei resti con il mio. Il mio cuore, comunque, mi dice che è proprio lui».
Nel centro storico di Salerno si fa già festa. La notizia si è diffusa in un battibaleno.
Sono ancora in tanti a ricordare Matteo e quello che la famiglia Pecoraro ha fatto per alleviare le sofferenze degli abitanti della città vecchia nell’estate del ’43

La Città – 23 Ottobre 2003 1°

Pecoraro era caduto nel corso di una battaglia nel 1941. L’esame del Dna stabilità se lo scheletro è il suo
Il soldato Matteo torna a casa                                 
Dopo 62 anni i resti rinvenuti in Albania da un nipote

I resti di un soldato salernitano, morto durante una battaglia in Albania nel 1941, sono stati rinvenuti grazie alla caparbietà di un nipote che, dopo anni di certosine ricerche, ha deciso di recarsi personalmente nei luoghi dove sessantadue anni prima, lo zio era caduto. E’ stato dunque recuperato lo scheletro di un militare italiano. La certezza è data dai bottoni dell’uniforme che si sono perfettamente conservati. Non è ancora sicuro che si tratti però di Matteo Pecoraro, deceduto giovanissimo in guerra. Lo potrà attestare solo l’esame del Dna che sarà confrontato a quello dell’unico fratello ancora vivente, Bernardino. L’uomo, oggi novantenne, abita con la moglie ed i figli in via Francesco La Francesca. «Mio padre è commosso e felice», ha raccontato il figlio Giancarlo, fratello di don Nicola, artefice della scoperta.

La Città – 23 Ottobre 2003 2°

Il racconto del nipote Giancarlo che aspetta il risultato degli esami
Commosso il fratello Bernardino «Merito della caparbietà di Nicola»

Bernardino Pecoraro, unico dei cinque fratelli ancora in vita, Matteo l’ha sempre cercato per mari e monti. Oggi novantenne, ha sorriso e pianto di gioia quando il figlio Giancarlo gli ha comunicato che suo fratello Nicola, dopo anni di ricerche certosine, è riuscito nell’impresa che era fallita a lui, ai genitori e agli altri fratelli Pecoraro: Nicola, Gaetano e Giovannina. Bernardino non è in grado di rispondere al telefono e di esprimere la sua felicità. Ma, assicura il figlio Giancarlo, non vede l’ora di abbracciare Nicola, sacerdote salesiano, che ieri sera è tornato dall’Albania, dopo aver partecipato in prima persona al recupero di quello scheletro. «Certo, non siamo sicuri che si tratti dello zio Matteo, il fratello di papà – spiega Giancarlo – Solo l’esame del Dna potrà confermarlo. Mio fratello Nicola è sicuro che sia lui. Lo speriamo anche noi, visto che per anni mio padre è stato tormentato dai dubbi e dalle angosce, come i miei nonni, per i quali Matteo era disperso». La storia sembra rubata alla penna di uno sceneggiatore. Un soldato salernitano scompare nel nulla nel 1941. Poi si viene a sapere che è morto durante una cruenta battaglia, ma dei suoi resti, nemmeno l’ombra. A ritrovarli sarà, sessantadue anni dopo il nipote parroco, che, per esaudire il più grande desiderio del padre anziano, scartabella per mesi tra ritagli di giornali e libri storici, ma anche tra vecchie cartoline e lettere e risale a quel paesino che dista chilometri e chilometri da Tirana. «L’anno scorso mio fratello decise che doveva andare di persona in Albania – racconta Giancarlo – Si fece accompagnare da un suo confratello di Napoli e partirono per la capitale. Da qui, dopo aver fittato una jeep, percorsero centinaia di chilometri tra le campagne, fino ad imbattersi in prossimità del luogo della battaglia». Colpo di scena, perchè dopo mille ricerche i due sacerdoti hanno la fortuna di imbattersi in una anziana ottantenne che, quella battaglia nella quale morì il giovane Matteo, la ricordava purtroppo benissimo, dal momento che era costata la vita anche al suo bambino di soli due anni, raggiunto da una scheggia. «Mio fratello Nicola ci ha raccontato che è stato proprio grazie a questa donna se sono riusciti ad individuare il punto preciso della battaglia. E lì, scavando, hanno trovato questo scheletro. Il rinvenimento c’è stato lunedì. Poi, in questi giorni, hanno dovuto sbrigare tutte le pratiche necessarie al rimpatrio dei resti. Una volta a Salerno, lo scheletro sarà sottoposto all’esame del Dna, e poi confrontato a quello di mio padre Bernardino, l’unico fratello ancora in vita di Matteo. Se il Dna combacerà, allora non avremo più alcun dubbio: è il fratello di papà, Matteo, quello di cui abbiamo sempre sentito parlare, tra le lacrime, dai nostri nonni». (b.c.)

La Città – 23 Ottobre 2003 3°

Ritrovati i resti del soldato Matteo
Il militare salernitano Pecoraro fu dato per disperso nel 1941
Da anni il nipote Nicola era sulle sue tracce Intatto lo scheletro del militare morto in guerra L’esame del Dna dovrà confermare l’identità

TIRANA. Il soldato Pecoraro Matteo rispose per l’ultima volta all’appello la mattina del 14 gennaio 1941: quel giorno l’ottavo reggimento fanteria del quale faceva parte si preparava a sferrare l’ennesimo attacco, ancora una volta vano, contro le forze greche che stavano ormai sfondando quest’ultimo fronte prima di dilagare nell’Albania del sud. Oggi, grazie alla tenacia di un suo nipote, i suoi resti sono stati recuperati. In quel lontano gennaio 1941, nel suo diario di battaglia il colonnello comandante Vittorio Ranise annotava: «Alle ore 6.45 iniziamo un violento attacco frontale cercando nella sorpresa l’elemento più efficace per superare le forze avversarie. L’attacco è condotto con vigore ma i reparti, dopo essersi fatti sotto le posizioni nemiche per il lancio delle bombe, sono investiti dal violento fuoco delle armi automatiche disposte all’interno dell’abitato di Bali. E ancora: «Dopo un’ora di assalto, che ci arreca gravi perdite, l’attacco fallisce». Quel giorno sulla collina di Psarit imperversava una bufera di neve: il morale delle truppe italiano era a terra, le loro condizioni fisiche ”pessime”. Alla fine delle battaglia, la più feroce prima della definitiva caduta del fronte, il colonnello Ranise registrava 10 morti, 25 feriti e 7 dispersi. Fra questi ultimi vi era anche Matteo Pecoraro, nato a Salerno il 14 ottobre 1916: aveva da poco compiuto 25 anni ed era in Albania da tre settimane. Un suo commilitone scriverà più tardi alla famiglia, che invano cercava sue notizie, di averlo visto cadere «ferito a morte, ma di non averlo potuto soccorrere perchè chiamato dal dovere» di continuare a combattere. Sulla collina di Psarit, vicino alla città di Permet, fa freddo e pioviggina mentre nuvole basse ricoprono le vette delle montagne che delimitano all’orizzonte il vicino confine con la Grecia. E’ qui, in uno scenario terribilmente simile a quello descritto nel diario di guerra, che i resti del soldato Matteo sono stati ritrovati oggi, sepolti sotto un tumulo di terra ricoperto di rovi, 62 anni dopo la fine della battaglia. Un ritrovamento reso possibile dalla caparbia di don Nicola Pecoraro, un padre salesiano nipote del militare scomparso che per anni ha scandagliato documenti fra archivi di Stato, biblioteche e mappe militari, giungendo infine a questo cumulo di pietre disperso fra le colline dell’Albania meridionale. L’ambasciatore d’Italia a Tirana Attilio Massimo Iannucci e l’addetto militare, colonnello Giovanni De Cicco, lo hanno accompagnato sul posto: gli spalatori hanno iniziato a scavare fino a ritrovare sotto 25 centimetri di terriccio lo scheletro intatto. «Che si tratti di un soldato italiano non ci sono dubbi per via di alcuni bottoni dell’uniforme ancora riconoscibili – spiega l’ambasciatore Iannucci – noi provvederemo ora a inviare le ossa a Salerno dove gli esperti potranno comparare il Dna di questi resti con quello di Bernardino Pecoraro, l’unico fratello ancora vivente del soldato». Ma don Nicola non ha dubbi già da ora: «Io so che questi resti appartengono a mio zio – ci dice – è un filo invisibile e miracoloso che ci ha condotto fin qui». Nella sua lunga ricerca, don Nicola ha incontrato anche una testimone oculare di quella battaglia, Feruze Malko, una donna albanese che a quel tempo aveva 20 anni. «La nostra casa si trovava proprio sulla linea del fronte – ricorda l’anziana – e i soldati italiani vivevano con noi». Durante i violenti bombardamenti del 14 gennaio Feruze venne ferita da una scheggia mentre il figlioletto di appena due anni le morì fra le braccia colpito da un’altra e più violenta scheggia. «Per il mio bambino non ci fu nulla da fare, mentre io venni soccorsa dagli italiani e ricoverata nel loro ospedale». E’ l’ennesima testimonianza che racconta lo strano rapporto che si venne ad instaurare fra la popolazione locale e i soldati italiani, giunti in Albania come occupatori su ordine di Benito Mussolini ma che poi finirono per combattere al fianco degli albanesi. Fra le ossa del soldato Matteo, grazie ad un esperto italiano del reparto genio mandato sul posto col metal-detector dal quartier generale della Nato di base a Durazzo, sono state ritrovate persino le otto schegge di mortaio che ne provocarono la morte. Un sacrificio che solo la storia deve stabilire quanto fu utile. Dopo quella sanguinosa battaglia i soldati italiani vennero costretti a ritirarsi. Mussolini chiese l’aiuto dei tedeschi e ad aprile del ’41, tre mesi dopo la morte di Matteo, i greci furono nuovamente affrontati e questa volta sconfitti. L’Albania fu liberata dai greci per restare altri tre anni in mano agli italiani e poi passare, infine, in quelle dei nazisti.

La Città – 24 Ottobre 2003

«Riporterò qui i resti del soldato Matteo»
Don Nicola Pecoraro racconta il ritrovamento delle spoglie
Il sacerdote salesiano «Le ricerche sullo zio morto in guerra sono state sempre il mio chiodo fisso»

Gennaro Galdo

«Il soldato Matteo Pecoraro era mio zio, fratello di mio padre Bernardino. Sin da piccolo ho vissuto nel ricordo di questo giovane uomo, morto da eroe mentre combatteva per un ideale patriottico. Nella casa dei nonni, nel salone, troneggiava una sua foto, a grandezza naturale, e noi bambini nutrivamo nei confronti di quello zio, morto in una terra sconosciuta che a stento sapevamo dove fosse, un’ammirazione fortissima». Don Nicola Pecoraro, protagonista del recupero dei resti del soldato salernitano morto in guerra 62 anni fa, è appena rientrato dall’Albania. Don Nicola è un sacerdote salesiano di Salerno che vive a Napoli, dove insegna scienze naturali all’Istituto del Sacro Cuore, al Vomero. Un istituto del quale è anche preside. Don Nicola è ancora visibilmente provato da quanto gli è capitato negli ultimi giorni, da quell’avventurosa ricerca che l’ha portato fin nel sud dell’Albania attraverso il ricordo dell’ultima guerra. Una ricerca avviata per recuperare il corpo di quel giovane soldato salernitano deceduto sul campo di battaglia nel lontano 1941, sulla collina di Psarit. Erano i tempi della campagna di Mussolini contro la Grecia, compiuta per l’occupazione dell’Albania, e di Matteo, soldato allora 25enne, morto il 14 gennaio del 1941, sotto i colpi dell’esercito greco. Il corpo del militare salernitano non fu mai ritrovato, e la famiglia Pecoraro ha sempre vissuto col dispiacere di non aver potuto dare al suo figliolo una degna sepoltura. «Nel 1992, dopo la caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’est – racconta ora Don Nicola – l’Ordine dei salesiani al quale appartengo cominciò la sua opera di catechesi anche in Albania. Da quel momento decisi, spinto da mio padre e da tutta la famiglia, di mettermi sulle tracce di nostro zio Matteo. Volevamo saperne di più, rinvenire il corpo, avere notizie sulle ultime ore della sua vita». E così, per Don Nicola sono cominciate lunghe ore di ricerca, tra gli archivi dello Stato e dell’Esercito, diari e testimonianze. In particolare, il sacerdote rinvenne il diario del comandante Vittorio Ranise, che amaramente descriveva la sconfitta degli italiani, la morte di dieci uomini e la dispersione di altri sette. Da altre testimonianze recuperate si venne a sapere che Matteo Pecoraro cadde a causa di alcune schegge di granata. Dopo vari tentativi e continue ricerche, Don Nicola, all’inizio della settimana, è partito per l’Albania, accompagnato sul posto della battaglia dall’ambasciatore italiano a Tirana, Attilio Massimo Iannucci. «Dopo aver individuato la zona degli scontri a cui zio Matteo aveva partecipato, con cartine topografiche alla mano – continua il sacerdote – mi sono recato in Albania. Martedì scorso, sono cominciate le ricerche. Essere in quei luoghi, tanto immaginati, è stata un’emozione fortissima. Ero a un passo dal sapere la verità su mio zio Matteo. Abbiamo parlato con i contadini, camminato a lungo fra i sentieri e scoperto una realtà incredibile. La gente è ancora ospitale con noi italiani, e molti ricordano la battaglia del 14 gennaio del 1941». Tra i contadini incontra

Don Nicola Pecorare

ti, una donna che all’epoca della battaglia aveva vent’anni e che ricordava bene la tragica sconfitta degli italiani. Una donna che, dopo aver ospitato la delegazione italiana nella sua casa, ha raccontato tutto, come spiega Don Nicola: «Quella donna, ricordava di due soldati italiani seppelliti in un vialetto, ai margini di una siepe, e ci ha accompagnati nel punto esatto della sepoltura. Scavando nel terreno, con grande sorpresa, abbiamo rinvenuto lo scheletro di un uomo, seppellito dopo la battaglia. Si trattava di un soldato italiano, è certo. I bottoni della giacca e i bossoli ritrovati non lasciano dubbi. Non sappiamo con certezza se si tratti di mio zio Matteo, ma lo scopriremo presto attraverso le analisi del Dna». Che si tratti del soldato Matteo Pecoraro non è certo, ma Don Nicola è fiducioso e intende riportare quella salma in Italia, a Salerno. Lui crede fermamente, per una serie di motivi, che si tratti di quel suo zio morto in guerra. Vicino allo scheletro sono state rinvenute delle schegge di granata: sono simili a quelle che, stando ai racconti dei suoi compagni, costarono la vita a Matteo.

La Città – 15 Febbraio 2004

Il test del DNA ha confermato

l’intuizione del nipote Nicola

Lo zio era morto nel 1941

IL SOLDATO MATTEO RITORNA A CASA

Sono del militare salernitano i resti ritrovati in Albania

di Clemy De Maio

      Ora non ci sono più dubbi: quei resti, che con tanta tenacia don Nicola Pecoraro ha cercato per dodici anni, sono del soldato salernitano Matteo Pecoraro, deceduto nel 1941 sulla collina di Psarit, in Albania. La conferma è arrivata dall’esame del DNA: il codice genetico dello scheletro, rinvenuto quasi intatto sotto venticinque centimetri di terra, è compatibile con quello di Bernardino Pecoraro, unico fratello ancora in vita del militare disperso e padre di don Nicola. Ora Salerno può preparare le celebrazioni per il rientro a casa. Don Nicola ha già inviato la richiesta a Bari, al Sacrario dei caduti di oltremare.

         E’ qui che le spoglie del soldato Matteo sono state portate dopo il ritrovamento, nell’ottobre scorso. Ed è da qui che partiranno nei prossimi giorni, ora che  i risultati del test hanno ridato  loro un nome.

         Don Nicola è raggiante. Sacerdote salesiano, preside dell’istituto del Sacro Cuore di Napoli, al Vomero, sta organizzando in queste ore la cerimonia che saluterà il ritorno dello zio Matteo. Si terrà in Cattedrale, nelle vicinanze di quella via Genovesi numero 22 dove la famiglia Pecoraro abitava al tempo della guerra. Quella stessa casa dove un don Nicola bambino guardava con ammirazione la foto in grandezza naturale di zio Matteo, iniziando a nutrire per quel ragazzo di venticinque anni, sacrificato sul fronte greco del secondo conflitto mondiale,  un’ammirazione sempre piè profonda. E’ nata così da quella foto appesa in salotto, la decisione di mettersi alla ricerca del parente scomparso. “Ho sempre creduto che lo avremmo trovato, racconta il sacerdote, e quando abbiamo rinvenuto quei resti non ho avuto più dubbi: un filo invisibile e miracoloso ci aveva condotti fin lì. Ora che la scienza ha confermato il mio convincimento, non ci resta che riportarlo a casa, con una cerimonia alla quale inviteremo autorità religiose e civili”.

         In questi dodici anni di ricerche don Nicola ha raccolto decine e decine di documenti: i diari di guerra, il telegramma che annunciava la morte del congiunto, le sue ultime lettere prima della battaglia. Testimonianze commoventi, come le cartoline spedite dal fronte alla sorella Giannina, con inciso lo stemma delle forze armate. Come la lettera inviata da Monza il 20 dicembre del 1940, per dire ai genitori che stava partendo per una destinazione ignota, un distacco improvviso che aveva fatto naufragare i progetti di passare insieme il Natale: “Vi scrivo questa volta con le lacrime agli occhi, ma una sola cosa voglio da voi: non dovete piangere. (…) Andrò laggiù a difendere la mia cara Patria…Dovete pregare tanto al Buon Iddio che finisca presto questa guerra e che mi scampi ad ogni pericolo”. Il soldato Matteo Pecoraro, ottavo reggimento fanteria, sarebbe morto meno di un mese dopo, il 14 gennaio 1941, quando  le forze italiane sferrarono l’ennesimo, inutile attacco contro i  greci. Alla fine di quella battaglia il comandante Vittorio Ranise registrava sul diario di guerra 10 morti, 25 feriti e 7 dispersi, tra cui il salernitano Pecoraro.

         C’era la neve quel giorno sulla collina di Psarit, vicino alla città di Permet, una bufera che infieriva sulle condizioni fisiche della truppa, già definite pessime nei registri delle operazioni. Il soldato Matteo fu colpito da otto schegge di mortaio e restò sul campo. E’ in quello stesso posto che, 62 anni dopo, lo ha ritrovato il nipote. I resti erano sepolti sotto un cumulo di pietre e terriccio, un sepolcro improvvisato nel mezzo dell’Albania meridionale. Quando li ha visti, don Nicola non ha avuto dubbi: “Sono di zio Matteo” ha detto con la forza dei sentimenti. E adesso anche la scienza gli ha dato ragione.

  LE RICERCHE

Dagli archivi agli scavi

         La ricerca è iniziata nel 1992. Quando, dopo il crollo dei regimi comunisti, l’ordine dei Salesiani cominciò la sua opera di catechizzazione in Albania. Don Nicola Pecoraro decise che era il momento di iniziare quell’impresa sognata da tempo e mettersi sulle tracce dello zio Matteo, per ritrovarne i resti e ricostruirne le ultime ore di vita. Ha trascorso anni a spulciare tra gli archivi di Stato e quelli dell’esercito, raccogliendo documenti e testimonianze. Fino al diario di guerra del colonnello Vittorio Ranise, che raccontava della terribile battaglia sulla collina di Psarit e dei sette soldati dispersi.

         Carte topografiche alla mano, don Nicola ha individuato il luogo esatto dello scontro e nell’ottobre 2003 è partito per l’Albania. Qui ha parlato coi contadini, rintracciato testimoni della battaglia e infine, accompagnato dall’ambasciatore italiano, ha indicato agli spalatori il punto dove scavare. Lì sotto, sepolto dalle pietre, c’era lo zio Matteo.

La Città – 06 Giugno 2004 1°

La lunga ricerca di don Nicola
A Psarit ha trovato una testimone della battaglia del 1941 In estate tornerà sulla collina per collocarvi una lapide

E’ stata un’anziana minuta a indicare a don Nicola il luogo dove cercare le spoglie dello zio. Feruze Malko, che nel 1941 aveva vent’anni, quella sanguinosa battaglia sulla collina non ha mai potuto scordarla. Durante i bombardamenti del 14 gennaio venne ferita da una scheggia e il figlioletto di appena due anni le morì tra le braccia. Ma ricorda bene anche il i soldati italiani, con cui aveva diviso la sua casa e che la ricoverarono nel loro ospedale. «La nostra casa si trova proprio sulla linea del fronte – ha raccontato a don Nicola – i soldati italiani vivevano con noi. Furono loro a soccorrermi dopo la battaglia, mentre per mio figlio non ci fu nulla da fare». Prima di incontrare Feruka, don Nicola Pecoraro ha macinato chilometri e fatto altri viaggi. Su quella collina, che dista chilometri e chilometri dalla capitale Tirana, è arrivato dopo aver cercato per anni tra libri storici e ritagli di giornale. Ha passato al setaccio le lettere che lo zio mandava dal fronte, ha spulciato tra gli archivi di Stato e i documenti dell’esercito, ha comparato carte e testimonianze. Fino ad arrivare al diario di guerra del colonnello Vittorio Ranise, che raccontava della terribile battaglia sulla collina di Psarit e dei sette soldati dispersi. Lo zio Matteo – don Nicola lo ha capito subito – doveva essere lì. Così, carte topografiche alla mano, ha individuato il luogo esatto dello scontro e, nell’ottobre 2003, è partito per l’Albania. Qui ha parlato con i contadini, rintracciato testimoni e infine, accompagnato dall’ambasciatore italiano, ha indicato agli spalatori dove scavare. Ora pensa già un nuovo viaggio, per portare sul luogo del ritrovamento una lapide che ricordi quel soldato morto in battaglia e seppellito sotto un sepolcro provvisorio. «Tornerò in Albania in estate» conferma. E tra qualche giorno la storia e le fotografie di Matteo Pecoraro saranno inserite in una pagina web tutta dedicata a lui, che il nipote inserirà sul sito internet salesiani.vomero.it. (c.d.m.)

La Città – 06 Giugno 2004 2°

Salerno ritrova il soldato Matteo
Al Duomo i resti del militare morto in Albania 63 anni fa

di Clemy De Maio

Torna a casa il soldato Matteo. Le spoglie del militare salernitano, che 63 anni fa perse la vita su una collina dell’Albania, arriveranno venerdì mattina al Duomo di Salerno. Merito della tenacia del nipote Nicola Pecoraro, prete salesiano che dopo dieci anni di ricerche ha ritrovato i resti dello zio Nel febbraio scorso li test del Dna, eseguiti a Bari al sacrario dei caduti di oltremare confermarono che quello scheletro, rinvenuto quasi intatto sotto venticinque centimetri di terra, apparteneva al soldato Matteo Pecoraro, morto in battaglia il 14 gennaio del 1941. Ora, espletate tutte le formalità burocratiche, il soldato Matteo può tornare nella sua Salerno.Venerdì mattina arriverà in Cattedrale, a pochi metri da quella via Genovesi dove era vissuto da bambino. Lo attende Berardino, l’unico dei cinque fratelli rimasto in vita, e suo figlio Nicola, che l’ha cercato caparbio per tutti questi anni. Sarà lui a celebrare, alle 12 la messa in suffragio, mentre una delegazione dell’esercito tributerà gli onori militari. Ci sarà una foto in grandezza naturale di Matteo in divisa, quella stessa che un don Nicola bambino guardava con ammirazione nel salone di casa e che nel corso degli anni lo ha convinto a partire per l’Albania alla ricerca del familiare scomparso. La sua tenacia è stata premiata e venerdì sarà lui a officiare al Duomo la celebrazione religiosa. Poi le spoglie saranno portate a Brignano, nella tomba di famiglia, dove don Nicola vuole portare anche la gigantografia. «E’ un’emozione celebrare questa messa. Io ho sempre creduto che lo avremo trovato e quando abbiamo rinvenuto quei resti non ho avuto nessun dubbio. Era come se un filo invisibile e miracoloso ci avesse condotto fin lì». Il luogo è un rettangolo di terreno sulla collina di Psarit, nei pressi della cittadina albanese di Permet. Il soldato Matteo Pecoraro morì sul fronte greco della seconda guerra mondiale, durante una battaglia che fece contare al contingente italiano dieci morti, venticinque feriti e sette dispersi. Tra questi c’era il soldato di Salerno, colpito a morte da otto schegge di mortaio. Aveva compiuto da poco 25 anni e da tre settimane era partito per il fronte albanese. Il nipote lo ha ritrovato lì, sepolto sotto un cumulo di pietre e terriccio. E ha deciso di riportarlo a casa.