Albania: un termine che noi avevamo ascoltato molte volte da ragazzi quando, a casa dei nonni, si discuteva e si parlava spesso di uno zio che in era morto in battaglia nella Campagna di Grecia, nella guerra intrapresa dall’Italia nel 1940 contro la Grecia.

Era diventato un termine familiare nella terminologia della nonna la quale nominava spesso questo suo figlio che non era più ritornato a casa da quella terribile guerra.

E noi ragazzi, passando nel salotto, che conservava un ritratto in altezza naturale dello zio morto in guerra a Bregu Psarit, avevamo il timore di quella figura lontana e sconosciuta, che con quella scritta “presente” evocava sensazioni lontane di dolore e di paura.

In tante circostanze ci avevano parlato spesso di uno zio che, giovanissimo, era partito per la guerra, ed aveva lasciato in dietro di sé una scia di dolore e di sangue.

L’unica notizia della sua morte in guerra era stata data da un telegramma del ministro che annunciava che il fante Matteo Pecoraro era morto in battaglia ferito da schegge multiple di una granata in una località sconosciuta chiamata Bregu Psarit.

Quanti tentativi fatti presso i ministeri, i comandanti delle reggimento, i cappellani militari; quante richieste all’ambasciata e alle organizzazioni umanitarie per il ritrovamento dei corpi dei soldati morti in guerra. Nessuna richiesta era giunta a buon fine. E il dolore dei nonni era acuito da quella sensazione di non avere neppure una tomba su cui parlare e pregare con una il proprio figlio caduto in guerra.

Nel 1991 la situazione in Albania cambiava completamente: non era più il paese delle aquile che non poteva essere visitato: la caduta del muro di Berlino e le conseguenti ripercussioni che si ebbero in tutti i paesi dell’est europeo e nei paesi comunisti in genere, permisero una riapertura delle frontiere del minuscolo paese dell’Albania, ed anche i Salesiani cominciarono la loro opera di evangelizzazione per le popolazioni che per 50 anni erano state vittime di una dittatura dissennata e feroce.

Mio padre mi chiese di ricominciare ad interessarmi del ritrovamento e della eventuale possibilità di riportare in patria le spoglie di suo fratello Matteo, dal momento che si poteva avere un punto di appoggio presso la comunità dei Salesiani di Tirana.

Cominciai le ricerche attraverso le documentazioni che erano in possesso nella nostra famiglia: il telegramma con cui si annunziava la morte del fante Matteo Pecoraro a Bregu Psarit e le poche notizie sul suo reggimento di appartenenza. Interpellai l’Ufficio Storico dell’Esercito di Roma per ottenere il diario storico dell’ VIII reggimento fanteria della divisione Cuneo, seconda compagnia. Inoltre dal distretto di Salerno di riuscire ad ottenere il Foglio matricolare del soldato Matteo Pecoraro, un documento che è una sorta di vademecum che ripercorre tutte le tappe della vita del soldato, dal servizio militare, all’arruolamento in guerra, al reggimento di appartenenza, fino alla comunicazione della morte in battaglia.

Inoltre ottenni dall’ufficio storico dell’esercito di Roma le carte topografiche originali utilizzate durante la campagna di Grecia dall’esercito italiano, stampate dall’Istituto Geografico Militare di Firenze. Esse mi furono utilissime per potere di individuare la località in cui era avvenuto lo scontro mortale con i Greci: Bregu Psarit è soltanto una collina accanto ad un gruppo di case sparse nella campagna, e quindi una postazione avanzata durante la terribile offensiva dei  greci contro l’esercito italiano. Mi rivolsi ad un esperto di topografia con il quale studiammo  attentamente queste carte topografiche con la possibilità di computerizzare in forma tridimensionale le linee topografiche della carta:  mi permisero di avere un’idea precisa della località e  della sua posizione.

Lo studio di alcuni trattati e testi riguardanti la guerra di Grecia, come in un libro di Montanari ” L’esercito italiano nella campagna di Grecia “; il libro di Mario Cervi: ” Storia della guerra di Grecia “; il libro di Bedeschi: ” Fronte greco albanese “; alcuni memoriali di guerra come quello di Rigoni-Stern, di Giancarlo Fusco, mi permisero, in alcuni anni di riflessione, di ricerche, di studi comparati tra carte topografiche e piantine della guerra combattuta in Albania, di avere un’idea abbastanza precisa della località e della situazione in cui si era trovato il Reggimento e e la Compagnia di Matteo Pecoraro.

Quando ritenni di essere sufficientemente informato e documentato sulla località e sulla situazione della guerra che si era svolta nel gennaio 1941, decisi di andare sul posto, in Albania, per rendermi conto di persona della esattezza dei i miei studi e ricerche di archivio.

Nell’agosto del 2001 andai per la prima volta in Albania, in nave, da Bari a Durazzo, e quindi a Tirana, accolto dai miei confratelli Salesiani che avevo già informato delle mie ricerche. Ci mettemmo in macchina in una mattina d’estate molto presto, per raggiungere il confine della Grecia; avremmo dovuto raggiungere la città di Berat, e di là poi proseguire per Bubesi e quindi il passo di Ciciocut, nei pressi di Monastero, la famosa quota 731 che fu teatro di sanguinosi e tragici combattimenti. Ma la strada Berat non era praticabile neppure da una macchina fuoristrada: e allora proseguimmo per Elbassan e quindi per Klisura, per arrivare poi ad Han Ballaban: le persone del posto furono molto cordiali e prodighe e di informazioni; attraverso una mulattiera con una Toyota fuoristrada, riuscimmo ad arrivare su una collina chiamata Bregu Psarit. Era la collina teatro dello scontro  con i greci, dove morirono il 14 gennaio 2 italiani e 7 risultarono dispersi. Quale emozione nel raggiungere in quella località che per 50 anni per noi era stata soltanto un nome dal significato oscuro e il lontano, sinonimo di morte e di abbandono.

Incontrammo alcuni contadini, si fermarono altri che trasportavano le loro cose su cui muli, ascoltarono le nostre richieste, ci diedero delle indicazioni sulle battaglie che si erano svolte 60 anni prima in quella località. Chiedemmo attraverso gli interpreti se qualcuno fosse a conoscenza di soldati sepolti di in quelle zone. La risposta era sempre la stessa:lì intorno c’erano stati, fino agli anni 60, dei cimiteri di guerra italiani; poi erano venuti dall’Italia delle persone per raccogliere i resti mortali degli italiani caduti in guerra. Un fatto era certo, però: su quella collina, in quelle zone difficili da localizzare e su cui era necessario inerpicarsi a piedi con grande difficoltà, non era mai giunto nessuno italiano, nè altre persone erano mai venute a cercare dei caduti in guerra.

Sulla collina c’era una casa colonica che attirò la nostra attenzione: alcune persone lavoravano i campi intorno, e feci la stessa domanda, se ricordassero che vi  fosse qualche sepoltura di italiani non in un cimitero, ma nei campi. Fummo accolti in casa, e una signora anziana di 83 anni raccontò una storia incredibile: nel gennaio del 1941 infuriava la battaglia, lei era in casa con il bimbo di due anni tra le sue braccia; una scheggia di granata penetrò attraverso la finestra della sua casa colonica, uccidendo il bambino e ferendo lei, la mamma, gravemente, al fianco e alla gamba sinistra. Fu raccolta dagli italiani e portata in un ospedale da campo dove si fermò per un certo periodo di tempo, quasi un mese.

Durante la guerra la signora ricordava con molta precisione i soldati italiani che lei aveva accolto in casa; ne ricordava i tratti gentili e cordiali, sempre corretti e precisi, sorridenti e gioiosi, rispettosi della casa e delle persone. Tante volte ella aveva ospitato i giovani soldati italiani e li aveva rifocillati e fatti riposare in casa sua… Il fatto mi commosse profondamente e chiesi se ricordasse qualcuno in particolare, desiderando quasi che dalla sua memoria riemergesse un volto familiare per me e per lei…I ricordi, in realtà, erano nitidi e precisi, parlava con grande precisione di date e di fatti; ricordava che il gennaio del 1941 era stato davvero tristissimo e spaventoso per le bufere di neve e ed il freddo intensissimo. Mi mostrò come testimonianza dei suoi ricordi una gavetta di un soldato italiano su cui erano incise alcune parole in italiano, ed inoltre mi mostrò un elmetto in dotazione dell’esercito italiano. E poi indicò, uscendo dalla casa, presso una siepe, appena discosto dal suo campo coltivato,  un piccolo luogo riparato sotto un albero, dove, affermava,” erano sepolti due italiani”. Questa sua affermazione lasciò me e i miei amici pieni di grande stupore: volevamo sincerarci della veridicità di quelle affermazioni. Temevo che fosse uno di quei soliti discorsi che essi tramandano e non hanno alcun fondamento; temevo che fosse soltanto un un ricordo vago e indistinto che in quel momento poteva essere riaffiorato dalla memoria della signora. Perciò sia io che i miei amici, attraverso l’interprete, rivolgemmo molte domande specifiche, soprattutto nella convinzione di trovare conferma di quelle espressioni: la signora non aveva visto direttamente seppellire quegli italiani, ma ritornando dall’ospedale dopo le cure prestate dagli italiani, aveva trovato un piccolo tumulo di terra e i suoi vicini le avevano detto che lì erano  stati sepolti due italiani.

Le indicazioni, fornite da alcune persone anziane del posto, hanno consentito di individuare con esattezza il luogo dove si svolse il fatto d’armi in cui morì il soldato Matteo Pecoraro; tra l’altro, ha fornito indicazioni preziose una signora di Bregu Psarit che fu ferita nella predetta battaglia e curata dagli italiani. Inoltre, le stesse persone, abitanti ancora sul posto, hanno indicato con esattezza, e  con descrizioni attendibili, il luogo della sepoltura di un soldato italiano, priva di particolari segni esterni, riconoscibile da alcune pietre poste in verticale, circondata soltanto da una siepe. Le persone del luogo, da sempre abitanti nel medesimo posto, sono pronte a fornire alle autorità competenti le indicazioni riportate, ed hanno altresì affermato con assoluta sicurezza che mai nessun italiano è arrivato su quella collina per disseppellire i resti mortali di qualche soldato. Al contrario, qualche anno fa, dei greci sono stati su quei monti alla ricerca di qualche loro soldato.

Continuai  a chiedere, cercai di rendermi conto che il suo racconto fosse  plausibile e veritiero, se mai qualche italiano fosse arrivato lassù. Nessuno in 62 anni era mai arrivato su quella collina: eravamo noi i primi a rimettere piede quel luogo tragico ed oggi così bello, perché ci portava ad una conclusione inaspettata.

Documentai con molte fotografie l’avvenimento, il luogo, scambiammo gli indirizzi con quelle persone, cercano di imprimere bene nella mente le situazioni topografiche e ritornammo alla nostra auto tutti con un pensiero nuovo e nel cuore una grande emozione.

Le fasi della battaglia svoltesi il 14 gennaio 1941, così come le avevo lette e  percepite dai testi di guerra, mi erano state descritte con evidenza e precisione dalla signora e dalle persone anziane incontrate  su quella collina e  lungo la mulattiera chi ci portava su quelle montagne; la precisione con cui indicava una sepoltura o due sepolture di italiani mi lasciava ancora di più convinto che forse eravamo arrivati ad una conclusione felice di un lungo itinerario di ricerca. Il viaggio di ritorno fu un una rielaborazione continua e incessante della testimonianza e delle parole della signora e dei suoi figli; l’avere raggiunto, su una collina lontanissima e sconosciuta, la certezza di trovare i testi dello zio morto in guerra, mi avevano dato una serie di emozioni e di pensieri che rielaboravo e  su cui riflettevo.

Il giorno successivo, ritornati a Tirana, ci recammo presso il generale Cantone, comandante della DELEGAZIONE ITALIANA ESPERTI (DIE)  e della Missione Arcobaleno , e facemmo formale richiesta per  la riesumazione del corpo di cui aveva parlato la signora sulla collina. Analoga richiesta fu fatta al Ministero degli Esteri italiano, ad Onorcaduti di Roma, adducendo tutta una documentazione fotografica e di archivio, e chiedendo l’intervento delle autorità italiane per poter concedere il permesso alla riesumazione della salma del caduto.

La richiesta fu attentamente vagliata dagli organismi competenti: da Roma arrivò all’ambasciata di Albania l’autorizzazione a verificare e vagliare la veridicità delle affermazioni e delle ricerche fatte. Il colonnello addetto militare dell’ambasciata d’Italia a Tirana si recò sul posto nel maggio 2002 ripercorse stessa strada, parlò con le stesse persone, si informò sulla veridicità di fatti, raccolse la testimonianza della signora Merzini, constatò che il luogo e la zona corrispondevano al teatro di operazioni dell’ottavo reggimento fanteria, identificò, con l’aiuto della signora il luogo della sepoltura dei due italiani sotto la siepe, ai limiti di un campo coltivato, e redasse una relazione ampiamente positiva sulla veridicità degli fatti e sulla presenza di una  sepoltura di soldati italiani.

Tale relazione positiva inviata al ministero di Roma comportò anche tutta una serie di iter burocratici per un finanziamento di una squadra di addetti allo scavo, di autorizzazioni presso gli altri ministeri competenti Albania, essendo uno Stato straniero, di altre procedure e permessi.

Finalmente,  dopo due anni dalla mia prima visita in Albania, il 19 ottobre 2003, fui invitato dall’Ambasciata italiana  a recarmi in Albania: il 19 ottobre 2003, domenica pomeriggio, mi sono incontrato a Tirana con il colonnello De Cicco, gli altri funzionari d’Ambasciata, le persone della ditta incaricata dello scavo, il figlio della signora proprietaria del terreno in cui si riteneva sepolto il mio congiunto e siamo partiti per Permet, la cittadina più vicina a Bregu Psarit.

Una carovana di 4 automobili fuoristrada, con il colonnello dell’ambasciata, il primo funzionario dell’ambasciata, il carabiniere di scorta, l’interprete, il testimone e proprietario del terreno su cui era la sepoltura, la squadra addetta allo scavo, per un totale di dieci persone ci mettemmo in viaggio per procedere alla eventuale esumazione dei resti mortali.

L’indomani siamo arrivati sulla collina di Bregu Psarit , e su mia indicazione, è cominciato lo scavo, a ridosso di una siepe, ai margini del campo coltivato della Signora Merzini. Inizialmente non è stato rinvenuto nulla. Ho chiesto di scavare circa mezzo metro più avanti, sempre nella stessa direzione Ovest-Est, e dopo qualche minuto, essendomi allontanato per fare delle riprese fotografiche, sono stato chiamato dal Col. De Cicco, che mi indicava un osso scoperto nel terreno. Subito dopo riaffioravano altre ossa, che inizialmente io attribuii alle ossa delle mani, ma poi, alla scoperta dell’osso molto più grande del calcagno, ci convincemmo che erano le ossa dei piedi. Perciò fu iniziato lo scavo dalla parte della testa, che subito venne alla luce, e si procedette allo scavo di tutte le ossa che furono lasciate sul posto, senza asportarle dalla posizione in cui erano state rinvenute. Il giorno successivo, 21 ottobre, martedì, ci raggiunse sulla montagna di Bregu Psarit l’ambasciatore d’Italia a Tirana, Ecc.za Attilio Massimo Iannucci, con il quale mi intrattenni a lungo, spiegandogli come ero giunti al ritrovamento delle ossa, facendo varie telefonate alla agenzie giornalistiche, telefonando a mio padre del ritrovamento del corpo. Sopraggiunse anche un geniere italiano, di base a Durazzo, con un cercametalli, per poter ritrovare la piastrina di riconoscimento, che però non fu mai ritrovata. Si ritrovarono otto schegge metalliche nel corpo del soldato e vari elementi della divisa, come i bottoni, la fibbia della cintura ed altri bossoli. L’ambasciatore autorizzò la rimozione dei resti, mettendoli in una cassetta e in un sacco diplomatico che fu sigillato alla nostra presenza. Nel frattempo io presi un frammento osseo del tarso  per poter effettuare, al rientro  in Italia,  l’analisi del DNA, comparando il DNA dei resti mortali con il DNA di mio padre.

Le analisi furono molto laboriose  per la notevole frammentazione del DNA contenuto nell’osso, e l’uso di tecniche sofisticate e di avanguardia tecnologica nel campo bio-medico,  con l’esecuzione di metodologie  altamente specialistiche, sofisticate e di altissimo livello scientifico permisero di identificare con assoluta certezza l’identità di quel corpo con  i resti mortali di Matteo Pecoraro.

Si conclude oggi questa storia molto bella e commovente con l’identificazione genetica dei resti mortali appartenenti al soldato Matteo Pecoraro e il rientro nella nostra famiglia di zio Matteo.