Il test del DNA ha confermato

l’intuizione del nipote Nicola

Lo zio era morto nel 1941

 

IL SOLDATO MATTEO RITORNA A CASA

Sono del militare salernitano i resti ritrovati in Albania

 

 

di Clemy De Maio

 

         Ora non ci sono più dubbi: quei resti, che con tanta tenacia don Nicola Pecoraro ha cercato per dodici anni, sono del soldato salernitano Matteo Pecoraro, deceduto nel 1941 sulla collina di Psarit, in Albania. La conferma è arrivata dall’esame del DNA: il codice genetico dello scheletro, rinvenuto quasi intatto sotto venticinque centimetri di terra, è compatibile con quello di Bernardino Pecoraro, unico fratello ancora in vita del militare disperso e padre di don Nicola. Ora Salerno può preparare le celebrazioni per il rientro a casa. Don Nicola ha già inviato la richiesta a Bari, al Sacrario dei caduti di oltremare.

         E’ qui che le spoglie del soldato Matteo sono state portate dopo il ritrovamento, nell’ottobre scorso. Ed è da qui che partiranno nei prossimi giorni, ora che  i risultati del test hanno ridato  loro un nome.

         Don Nicola è raggiante. Sacerdote salesiano, preside dell’istituto del Sacro Cuore di Napoli, al Vomero, sta organizzando in queste ore la cerimonia che saluterà il ritorno dello zio Matteo. Si terrà in Cattedrale, nelle vicinanze di quella via Genovesi numero 22 dove la famiglia Pecoraro abitava al tempo della guerra. Quella stessa casa dove un don Nicola bambino guardava con ammirazione la foto in grandezza naturale di zio Matteo, iniziando a nutrire per quel ragazzo di venticinque anni, sacrificato sul fronte greco del secondo conflitto mondiale,  un’ammirazione sempre piè profonda. E’ nata così da quella foto appesa in salotto, la decisione di mettersi alla ricerca del parente scomparso. “Ho sempre creduto che lo avremmo trovato, racconta il sacerdote, e quando abbiamo rinvenuto quei resti non ho avuto più dubbi: un filo invisibile e miracoloso ci aveva condotti fin lì. Ora che la scienza ha confermato il mio convincimento, non ci resta che riportarlo a casa, con una cerimonia alla quale inviteremo autorità religiose e civili”.

         In questi dodici anni di ricerche don Nicola ha raccolto decine e decine di documenti: i diari di guerra, il telegramma che annunciava la morte del congiunto, le sue ultime lettere prima della battaglia. Testimonianze commoventi, come le cartoline spedite dal fronte alla sorella Giannina, con inciso lo stemma delle forze armate. Come la lettera inviata da Monza il 20 dicembre del 1940, per dire ai genitori che stava partendo per una destinazione ignota, un distacco improvviso che aveva fatto naufragare i progetti di passare insieme il Natale: “Vi scrivo questa volta con le lacrime agli occhi, ma una sola cosa voglio da voi: non dovete piangere. (...) Andrò laggiù a difendere la mia cara Patria...Dovete pregare tanto al Buon Iddio che finisca presto questa guerra e che mi scampi ad ogni pericolo”. Il soldato Matteo Pecoraro, ottavo reggimento fanteria, sarebbe morto meno di un mese dopo, il 14 gennaio 1941, quando  le forze italiane sferrarono l’ennesimo, inutile attacco contro i  greci. Alla fine di quella battaglia il comandante Vittorio Ranise registrava sul diario di guerra 10 morti, 25 feriti e 7 dispersi, tra cui il salernitano Pecoraro.

         C’era la neve quel giorno sulla collina di Psarit, vicino alla città di Permet, una bufera che infieriva sulle condizioni fisiche della truppa, già definite pessime nei registri delle operazioni. Il soldato Matteo fu colpito da otto schegge di mortaio e restò sul campo. E’ in quello stesso posto che, 62 anni dopo, lo ha ritrovato il nipote. I resti erano sepolti sotto un cumulo di pietre e terriccio, un sepolcro improvvisato nel mezzo dell’Albania meridionale. Quando li ha visti, don Nicola non ha avuto dubbi: “Sono di zio Matteo” ha detto con la forza dei sentimenti. E adesso anche la scienza gli ha dato ragione.

LE RICERCHE

Dagli archivi

agli scavi

 

         La ricerca è iniziata nel 1992. Quando, dopo il crollo dei regimi comunisti, l’ordine dei Salesiani cominciò la sua opera di catechizzazione in Albania. Don Nicola Pecoraro decise che era il momento di iniziare quell’impresa sognata da tempo e mettersi sulle tracce dello zio Matteo, per ritrovarne i resti e ricostruirne le ultime ore di vita. Ha trascorso anni a spulciare tra gli archivi di Stato e quelli dell’esercito, raccogliendo documenti e testimonianze. Fino al diario di guerra del colonnello Vittorio Ranise, che raccontava della terribile battaglia sulla collina di Psarit e dei sette soldati dispersi.

         Carte topografiche alla mano, don Nicola ha individuato il luogo esatto dello scontro e nell’ottobre 2003 è partito per l’Albania. Qui ha parlato coi contadini, rintracciato testimoni della battaglia e infine, accompagnato dall’ambasciatore italiano, ha indicato agli spalatori il punto dove scavare. Lì sotto, sepolto dalle pietre, c’era lo zio Matteo.