Ritrovati i resti del soldato Matteo
Il militare salernitano Pecoraro fu dato per disperso nel 1941
Da anni il nipote Nicola era sulle sue tracce Intatto lo scheletro del militare morto in guerra L'esame del Dna dovrà confermare l'identità

TIRANA. Il soldato Pecoraro Matteo rispose per l'ultima volta all'appello la mattina del 14 gennaio 1941: quel giorno l'ottavo reggimento fanteria del quale faceva parte si preparava a sferrare l'ennesimo attacco, ancora una volta vano, contro le forze greche che stavano ormai sfondando quest'ultimo fronte prima di dilagare nell'Albania del sud. Oggi, grazie alla tenacia di un suo nipote, i suoi resti sono stati recuperati. In quel lontano gennaio 1941, nel suo diario di battaglia il colonnello comandante Vittorio Ranise annotava: «Alle ore 6.45 iniziamo un violento attacco frontale
cercando nella sorpresa l'elemento più efficace per superare le forze avversarie. L'attacco è condotto con vigore ma i reparti, dopo essersi fatti sotto le posizioni nemiche per il lancio delle bombe, sono investiti dal violento fuoco delle armi automatiche disposte all'interno dell'abitato di Bali. E ancora: «Dopo un'ora di assalto, che ci arreca gravi perdite, l'attacco fallisce». Quel giorno sulla collina di Psarit imperversava una bufera di neve: il morale delle truppe italiano era a terra, le loro condizioni fisiche ''pessime''. Alla fine delle battaglia, la più feroce prima della definitiva caduta del fronte, il colonnello Ranise registrava 10 morti, 25 feriti e 7 dispersi. Fra questi ultimi vi era anche Matteo Pecoraro, nato a Salerno il 14 ottobre 1916: aveva da poco compiuto 25 anni ed era in Albania da tre settimane. Un suo commilitone scriverà più tardi alla famiglia, che invano cercava sue notizie, di averlo visto cadere «ferito a morte, ma di non averlo potuto soccorrere perchè chiamato dal dovere» di continuare a combattere. Sulla collina di Psarit, vicino alla città di Permet, fa freddo e pioviggina mentre nuvole basse ricoprono le vette delle montagne che delimitano all'orizzonte il vicino confine con la Grecia. E' qui, in uno scenario terribilmente simile a quello descritto nel diario di guerra, che i resti del soldato Matteo sono stati ritrovati oggi, sepolti sotto un tumulo di terra ricoperto di rovi, 62 anni dopo la fine della battaglia. Un ritrovamento reso possibile dalla caparbia di don Nicola Pecoraro, un padre salesiano nipote del militare scomparso che per anni ha scandagliato documenti fra archivi di Stato, biblioteche e mappe militari, giungendo infine a questo cumulo di pietre disperso fra le colline dell'Albania meridionale. L'ambasciatore d'Italia a Tirana Attilio Massimo Iannucci e l'addetto militare, colonnello Giovanni De Cicco, lo hanno accompagnato sul posto: gli spalatori hanno iniziato a scavare fino a ritrovare sotto 25 centimetri di terriccio lo scheletro intatto. «Che si tratti di un soldato italiano non ci sono dubbi per via di alcuni bottoni dell'uniforme ancora riconoscibili - spiega l'ambasciatore Iannucci - noi provvederemo ora a inviare le ossa a Salerno dove gli esperti potranno comparare il Dna di questi resti con quello di Bernardino Pecoraro, l'unico fratello ancora vivente del soldato». Ma don Nicola non ha dubbi già da ora: «Io so che questi resti appartengono a mio zio - ci dice - è un filo invisibile e miracoloso che ci ha condotto fin qui». Nella sua lunga ricerca, don Nicola ha incontrato anche una testimone oculare di quella battaglia, Feruze Malko, una donna albanese che a quel tempo aveva 20 anni. «La nostra casa si trovava proprio sulla linea del fronte - ricorda l'anziana - e i soldati italiani vivevano con noi». Durante i violenti bombardamenti del 14 gennaio Feruze venne ferita da una scheggia mentre il figlioletto di appena due anni le morì fra le braccia colpito da un'altra e più violenta scheggia. «Per il mio bambino non ci fu nulla da fare, mentre io venni soccorsa dagli italiani e ricoverata nel loro ospedale». E' l'ennesima testimonianza che racconta lo strano rapporto che si venne ad instaurare fra la popolazione locale e i soldati italiani, giunti in Albania come occupatori su ordine di Benito Mussolini ma che poi finirono per combattere al fianco degli albanesi. Fra le ossa del soldato Matteo, grazie ad un esperto italiano del reparto genio mandato sul posto col metal-detector dal quartier generale della Nato di base a Durazzo, sono state ritrovate persino le otto schegge di mortaio che ne provocarono la morte. Un sacrificio che solo la storia deve stabilire quanto fu utile. Dopo quella sanguinosa battaglia i soldati italiani vennero costretti a ritirarsi. Mussolini chiese l'aiuto dei tedeschi e ad aprile del '41, tre mesi dopo la morte di Matteo, i greci furono nuovamente affrontati e questa volta sconfitti. L'Albania fu liberata dai greci per restare altri tre anni in mano agli italiani e poi passare, infine, in quelle dei nazisti.