«Riporterò qui i resti del soldato Matteo»
Don Nicola Pecoraro racconta il ritrovamento delle spoglie
Il sacerdote salesiano «Le ricerche sullo zio morto in guerra sono state sempre il mio chiodo fisso»

Gennaro Galdo


«Il soldato Matteo Pecoraro era mio zio, fratello di mio padre
Bernardino. Sin da piccolo ho vissuto nel ricordo di questo giovane uomo, morto da eroe mentre combatteva per un ideale patriottico. Nella casa dei nonni, nel salone, troneggiava una sua foto, a grandezza naturale, e noi bambini nutrivamo nei confronti di quello zio, morto in una terra sconosciuta che a stento sapevamo dove fosse, un'ammirazione fortissima». Don Nicola Pecoraro, protagonista del recupero dei resti del soldato salernitano morto in guerra 62 anni fa, è appena rientrato dall'Albania. Don Nicola è un sacerdote salesiano di Salerno che vive a Napoli, dove insegna scienze naturali all'Istituto del Sacro Cuore, al Vomero. Un istituto del quale è anche preside. Don Nicola è ancora visibilmente provato da quanto gli è capitato negli ultimi giorni, da quell'avventurosa ricerca che l'ha portato fin nel sud dell'Albania attraverso il ricordo dell'ultima guerra. Una ricerca avviata per recuperare il corpo di quel giovane soldato salernitano deceduto sul campo di battaglia nel lontano 1941, sulla collina di Psarit. Erano i tempi della campagna di Mussolini contro la Grecia, compiuta per l'occupazione dell'Albania, e di Matteo, soldato allora 25enne, morto il 14 gennaio del 1941, sotto i colpi dell'esercito greco. Il corpo del militare salernitano non fu mai ritrovato, e la famiglia Pecoraro ha sempre vissuto col dispiacere di non aver potuto dare al suo figliolo una degna sepoltura. «Nel 1992, dopo la caduta dei regimi comunisti nell'Europa dell'est - racconta ora Don Nicola - l'Ordine dei salesiani al quale appartengo cominciò la sua opera di catechesi anche in Albania. Da quel momento decisi, spinto da mio padre e da tutta la famiglia, di mettermi sulle tracce di nostro zio Matteo. Volevamo saperne di più, rinvenire il corpo, avere notizie sulle ultime ore della sua vita». E così, per Don Nicola sono cominciate lunghe ore di ricerca, tra gli archivi dello Stato e dell'Esercito, diari e testimonianze. In particolare, il sacerdote rinvenne il diario del comandante Vittorio Ranise, che amaramente descriveva la sconfitta degli italiani, la morte di dieci uomini e la dispersione di altri sette. Da altre testimonianze recuperate si venne a sapere che Matteo Pecoraro cadde a causa di alcune schegge di granata. Dopo vari tentativi e continue ricerche, Don Nicola, all'inizio della settimana, è partito per l'Albania, accompagnato sul posto della battaglia dall'ambasciatore italiano a Tirana, Attilio Massimo Iannucci. «Dopo aver individuato la zona degli scontri a cui zio Matteo aveva partecipato, con cartine topografiche alla mano - continua il sacerdote - mi sono recato in Albania. Martedì scorso, sono cominciate le ricerche. Essere in quei luoghi, tanto immaginati, è stata un'emozione fortissima. Ero a un passo dal sapere la verità su mio zio Matteo. Abbiamo parlato con i contadini, camminato a lungo fra i sentieri e scoperto una realtà incredibile. La gente è ancora ospitale con noi italiani, e molti ricordano la battaglia del 14 gennaio del 1941». Tra i contadini incontrati, una donna che all'epoca della battaglia aveva vent'anni e che ricordava bene la tragica sconfitta degli italiani. Una donna che, dopo aver ospitato la delegazione italiana nella sua casa, ha raccontato tutto, come spiega Don Nicola: «Quella donna, ricordava di due soldati italiani seppelliti in un vialetto, ai margini di una siepe, e ci ha accompagnati nel punto esatto della sepoltura. Scavando nel terreno, con grande sorpresa, abbiamo rinvenuto lo scheletro di un uomo, seppellito dopo la battaglia. Si trattava di un soldato italiano, è certo. I bottoni della giacca e i bossoli ritrovati non lasciano dubbi. Non sappiamo con certezza se si tratti di mio zio Matteo, ma lo scopriremo presto attraverso le analisi del Dna». Che si tratti del soldato Matteo Pecoraro non è certo, ma Don Nicola è fiducioso e intende riportare quella salma in Italia, a Salerno. Lui crede fermamente, per una serie di motivi, che si tratti di quel suo zio morto in guerra. Vicino allo scheletro sono state rinvenute delle schegge di granata: sono simili a quelle che, stando ai racconti dei suoi compagni, costarono la vita a Matteo.